BLUE MONDAY: IL GIORNO PIU’ TRISTE

Cos’è davvero il Blue Monday

C’è un lunedì di gennaio che, da qualche anno a questa parte, gode di una fama sinistra: sarebbe il giorno più triste dell’anno. Si chiama Blue Monday, cade di solito tra la terza e la quarta settimana di gennaio (quest’anno è proprio oggi: 19 gennaio 2026!) e torna puntuale come i buoni propositi già abbandonati, le palestre improvvisamente vuote e l’estratto conto post-natalizio.

Ma cos’è davvero il Blue Monday? Un fondamento scientifico? Una suggestione collettiva? O, più semplicemente, un’idea brillante che ha fatto il giro del mondo perché racconta qualcosa in cui, in fondo, ci riconosciamo tutti?

Per capirlo, bisogna fare un piccolo viaggio: non geografico, ma culturale.

Le origini del Blue Monday: tra psicologia e marketing

Il concetto di Blue Monday nasce nel Regno Unito all’inizio degli anni Duemila. A coniarlo è Cliff Arnall, uno psicologo (oggi piuttosto discusso) che elabora una formula matematica capace, almeno sulla carta, di individuare il giorno più deprimente dell’anno.

Nell’equazione entrano vari fattori:

  • il meteo invernale
  • la fine delle festività natalizie
  • i debiti accumulati
  • la distanza dalle prossime vacanze
  • il livello di motivazione personale

Il risultato? Un lunedì di gennaio, grigio fuori e spesso anche dentro.

Peccato che quella formula non abbia mai avuto un vero riconoscimento scientifico. Anzi, col tempo è emerso chiaramente che il Blue Monday è soprattutto un’invenzione mediatica, amplificata da campagne pubblicitarie, titoli accattivanti e una comunicazione abilissima.

Eppure, come spesso accade, il fatto che non sia “vero” dal punto di vista scientifico non significa che non funzioni sul piano simbolico.

Fonte: Pixabay

Dal Regno Unito al resto del mondo: come il Blue Monday è diventato globale

Quello che rende il Blue Monday interessante è il modo in cui è stato adottato, reinterpretato e perfino celebrato in culture molto diverse tra loro.

Europa: tra ironia e consapevolezza

Nel Nord Europa – Regno Unito, Paesi Bassi, Scandinavia – il Blue Monday viene spesso accolto con una certa ironia. Qui il tema del rapporto con l’inverno, la luce e l’umore è parte integrante della cultura quotidiana.

Non è un caso che concetti come hygge o lagom nascano proprio in queste latitudini: più che negare la tristezza stagionale, la si riconosce e la si attraversa con rituali di comfort, candele, lentezza.

Stati Uniti: tristezza e opportunità

Negli Stati Uniti il Blue Monday è diventato soprattutto un evento mediatico e commerciale. Agenzie di viaggio, brand di benessere e palestre lo trasformano nel pretesto perfetto per lanciare promozioni, viaggi “salvavita” e programmi di rinascita personale.

La tristezza, qui, non si contempla: si combatte. Meglio se con un volo last minute ai Caraibi.

Asia: un concetto ancora marginale

In molti Paesi asiatici il Blue Monday resta un’idea relativamente estranea. Dove il calendario culturale è scandito da festività diverse (come il Capodanno Lunare), gennaio non ha lo stesso peso emotivo che ha in Occidente.

Questo rende il Blue Monday un perfetto esempio di costruzione culturale occidentale, esportata ma non sempre assimilata.

Perché continua a funzionare (anche se sappiamo che è un mito)

Il successo del Lunedì Triste non sta nella sua veridicità, ma nella sua capacità narrativa. È una storia semplice, riconoscibile, condivisibile. Un’etichetta comoda per dare un nome a una sensazione diffusa: la fatica del ricominciare.

In un certo senso, il Blue Monday è diventato uno specchio: non ci dice quando siamo tristi, ma ci autorizza a dirlo.

Ed è forse questo il suo vero valore culturale.

Il Lunedì Triste racconta un viaggio particolare: non verso una destinazione, ma dentro un periodo dell’anno che tutti attraversiamo.

Che lo si prenda sul serio o con leggerezza, resta una cartolina del nostro tempo: un mix di psicologia pop, marketing e bisogno umano di dare un senso anche alle giornate storte.

E forse, come ogni buon viaggio, non serve per fuggire dalla tristezza, ma per guardarla con un po’ più di consapevolezza. E, perché no, con un pizzico di ironia.

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