Siena è un luogo ricco di arte e storia, tanto da essere una delle città più amate e visitate della Toscana.
Un giorno non basta per scoprire le mille sfumature di Siena, ne tanto meno per visitarne tutti i tesori. Tuttavia, con un po’ di organizzazione, in una giornata potrai riuscire a vedere i luoghi simbolo della città, il cui fascino ti farà ripartire con la voglia di tornare il prima possibile.
Ecco dunque cosa visitare a Siena in un giorno.
SIENA: PIAZZA DEL CAMPO
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Piazza del Campo è il teatro dell’evento che ha contribuito a rendere Siena famosa in tutto il mondo: il Palio, che si svolge ogni 2 Luglio e 16 Agosto. La Piazza, grazie alla sua particolare forma a conchiglia ed al tipico color mattone, dato dalla pavimentazione e dal rivestimento dei palazzi circostanti, è davvero unica ed inconfondibile.
La piazza è decorata dalla Fonte Gaia, la più grande fontana cittadina. Quella che vediamo oggi è una copia dell’opera di Jacopo della Quercia realizzata in marmo di Carrara, molto più resistente dell’originale fatta di marmo della Montagnola Senese.
Tra gli edifici che si affacciano sulla Piazza ci sono la Torre del Mangia ed il Palazzo Comunale che ospita il Museo Civico. Tra i capolavori esposti nel museo spiccano la bellissima Maestà di Simone Martini ed il Buono e Cattivo Governo di Ambrogio Lorenzetti.
LA TORRE DEL MANGIA
Restando in Piazza del Campo si può visitare la Torre del Mangia. La torre civica, alta 87 metri, offre uno dei panorami più belli della città. La salita è un po’ faticosa (oltre 400 scalini!), ma la vista in cima è a dir poco spettacolare!
PIAZZA DEL DUOMO
Prosegui la visita della città spostandoti verso Piazza del Duomo. Qui potrai ammirare alcuni tra i luoghi più belli di Siena, che vale davvero la pena di vedere: il Duomo, la Cripta e la Libreria Piccolomini.
IL DUOMO DI SIENA
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Il Duomo di Siena, noto anche come Cattedrale di Santa Maria Assunta, è uno degli esempi più notevoli di stile romanico-gotico italiano. Alla sua realizzazione hanno partecipato artisti come Donatello, Nicola Pisano, Michelangelo e Pinturicchio.
Sia l’interno che l’esterno di questo imponente edificio sono decorati con marmo bianco e verde scuro, quasi nero, ovvero i colori rappresentativi di Siena.
Una delle cose più belle della Cattedrale è il suo pavimento: 56 riquadri che rappresentano altrettante scene incise ed intagliate nel marmo. I mosaici più preziosi sono coperti per la maggior parte dell’anno per preservarli dall’usura. Tuttavia, trovandoti a Siena in occasione del Palio o tra la fine di agosto ed ottobre, avrai la possibilità di vedere il pavimento interamente svelato.
LA CRIPTA
Si trova sotto il Duomo e conserva degli straordinari affreschi di scuola senese risalenti al XIII secolo che rappresentano scene tratte dal Vecchio e dal Nuovo Testamento.
LA LIBRERIA PICCOLOMINI
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E’ un piccolo gioiello da visitare assolutamente. La libreria è dedicata a Papa Pio II e ciò che colpisce di più è la ricchezza dei suoi affreschi realizzati, all’inizio del 1500, da Pinturicchio e dai suoi allievi, tra i quali Raffaello Sanzio.
Sulle pareti sono rappresentate scene della vita del pontefice, mentre il soffitto è letteralmente splendente per l’abbondante uso del color oro.
IL BATTISTERO DI SIENA
Il Battistero, intitolato a San Giovanni, è stato costruito nel 1300, in occasione dell’ampliamento del Duomo. L’interno è magnificamente decorato con un ciclo di affreschi di artisti senesi del Rinascimento. Tuttavia il capolavoro più prezioso che il Battistero custodisce è sicuramente la splendida Fonte Battesimale a cui lavorarono alcuni dei maggiori scultori del Rinascimento come: Jacopo della Quercia, Lorenzo Ghiberti e Donatello.
IL MUSEO DELL’OPERA DEL DUOMO
E’ uno dei più antichi musei privati in Italia e si trova nella navata destra della Cattedrale.
Qui si possono ammirare le statue trecentesche originali della facciata del Duomo, tra cui quelle realizzate da Giovanni Pisano, la vetrata dell’abside di Duccio da Buoninsegna ed uno dei maggiori capolavori di Buoninsegna e del primo Trecento: la pala della Maestà.
Dal tetto, invece, si può godere di una splendida vista sulla città.
SANTA MARIA DELLA SCALA
Si trova proprio di fronte al Duomo, ospita un notevole patrimonio artistico ed è sede di esposizioni temporanee. Questo complesso fu uno dei più antichi ospedali d’Europa, dove venivano accolti i pellegrini (siamo lungo la Via Francigena!) ed aiutati i poveri ed i bambini abbandonati.
Scanno è un bellissimo paesino abruzzese annoverato tra i borghi più belli d’Italia.
Sorge su un pendio della Montagna Grande, tra il monte Genzana ed il monte Marsicano, ed è immerso nello splendido scenario naturale costituito dal vicino Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise.
Conosciuta sia per il suo centro storico che per il suo lago a forma di cuore, Scanno è una meta imperdibile per chiunque si trovi a fare un tour dell’Abruzzo.
IL BORGO DI SCANNO
Il borgo è costituito da un susseguirsi pittoresco di case, strade, scalinate, pizzette, archi e chiese.
Una particolarità di Scanno, infatti, è proprio l’elevato numero di chiese. Se ne contano ben 15! Un numero impressionante se si considera che stiamo parlando di un borgo di circa 1700 abitanti.
Infatti, ammirando Scanno da uno dei vari punti panoramici, si notano subito sia il modo “ordinato” in cui è disposto il paese, sia i tanti campanili che svettano sull’agglomerato delle case.
L’ingresso del paese è dominato dalla grande chiesa di Santa Maria della Valle che, sebbene risalga al XII secolo, si mostra oggi con il suo aspetto cinquecentesco.
Poco distante da Santa Maria della Valle c’è la fontana Saracco che, per secoli, è stata la fontana principale del paese ed è caratterizzata da due grandi nicchie. Quella destra, datata 1549, è dotata di quattro cannelle che fuoriescono dalla bocca di altrettanti mascheroni antropomorfi che rappresentano, da sinistra verso destra, il re, la regina, il giullare ed il cappuccino.
Il palazzo davanti alla fontana Saracco in passato è stato la sede della reale caserma dei carabinieri e proprio qui si concluse, nel 1870, il fenomeno del brigantaggio in Abruzzo con la cattura di Croce di Tola, conosciuto come il Crucitto.
SCANNO E LA FOTOGRAFIA
Scanno è nota come “la città dei fotografi” perché, lungo tutto il Novecento, i suoi scorci e la sua gente sono stati immortalati dagli scatti realizzati da Hilde Lotz-Bauer, Henri Cartier-Bresson, Mario Giacomelli, Renzo Tortelli, Gianni Berengo Gardin, Ferdinando Scianna, Mario Cresci e molti altri.
Nel 1964 una fotografia scattata a Scanno da Mario Giacomelli, conosciuta come “Il bambino di Scanno”, è entrata a far parte della collezione permanente di opere fotografiche del Museum of Modern Art di New York.
LA PRESENTOSA
Molti aspetti della tradizione di Scanno sono sopravvissuti allo scorrere del tempo giungendo fino ad oggi.
Innanzitutto la Presentosa.
Si tratta di un gioiello di origine settecentesca, un vero e proprio capolavoro di arte orafa che venne descritto così da Gabriele D’Annunzio nel “Trionfo della morte”:
“Portava agli orecchi due grevi cerchi d’oro e sul petto la Presentosa: una grande stella di filigrana con in mezzo due cuori.”
La Presentosa, infatti, è una grande stella di filigrana che, quasi sempre, ha al centro uno o due cuori.
Pare che la realizzazione del gioiello sia stata ispirata dal magnifico rosone di Santa Maria di Collemaggio a L’Aquila.
La Presentosa è nata come un pegno di fedeltà dell’uomo nei confronti dell’amata, poi divenne simbolo di accettazione ed accoglienza da parte della famiglia del marito nei confronti della sposa, oggi è spesso accostata a sentimenti di amicizia.
In ogni caso questo gioiello di innegabile raffinatezza era soprattutto un potente amuleto contro le avversità della vita, in grado di attirare le forze del male per avvilupparle nelle sue spire filigranate. Nessun malaugurio, secondo la tradizione, potrà mai vincere la forza della Presentosa!
IL LAGO DI SCANNO
Scanno è conosciuta anche per il suo lago a forma di cuore che dista circa 4 chilometri dal centro storico.
Il lago si è formato oltre 3000 anni fa in seguito ad una frana del monte Rava che, precipitando a valle, ha sbarrato il corso del fiume Tasso.
Trascorrere una giornata al lago di Scanno, soprattutto evitando i periodi di alta stagione, ti darà la possibilità di fare una piacevole passeggiata nella natura, prendere il sole su una delle sue spiaggette, noleggiare un pedalò o rilassarti in uno dei locali vicini alla riva.
In realtà il lago di Scanno ha una forma allungata, ma c’è un particolare punto di osservazione in cui, per un gioco prospettico, assume la celebre forma di cuore.
Il nome “sentiero del cuore” identifica sia il sentiero che parte dal centro storico di Scanno, sia quello che parte dal lago. Entrambi si incontrano all’eremo di Sant’Egidio e continuano poi fino al punto panoramico.
L’eremo è un piccolo edificio in pietra, costruito sul culmine di una collina. Non si conosce la data precisa di fondazione dell’eremo di Sant’Egidio, ma si sa che nel 1612 era già esistente e veniva accudito da un eremita, come testimoniato dal vescovo Del Pezzo, che arrivò qui in visita.
LA CHIESA DI SANTA MARIA DEL LAGO
Prima di lasciare Scanno ti consiglio di visitare la suggestiva chiesetta di Santa Maria del Lago che sorge a strapiombo sull’acqua.
Una doppia scalinata conduce all’ingresso della chiesa che si trova a cavallo di una strada che costeggia la montagna, mentre il suo altare è praticamente scavato nella roccia.
La costruzione della chiesa, che risale all’inizio del settecento, avvenne, infatti, sul luogo in cui gli scannesi avevano apposto un’icona della Madonna per invocarne la protezione durante il pericoloso transito della vicina strada che passava (e passa tuttora!) al di sotto di un grosso picco roccioso e che rappresentava l’unico collegamento con Sulmona.
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Loreto, immersa nella campagna marchigiana, è una splendida città la cui fama è strettamente legata al Santuario dove si conserva e si venera la Santa Casa della Vergine Maria.
Si tratta di un luogo che da secoli richiama pellegrini da tutto il mondo, tanto da essere stato definito da Giovanni Paolo II il “vero cuore mariano della cristianità”.
Con l’espressione “Santa Casa” si indica la casa di Nazareth in cui nacque, fu educata e ricevette l’Annuncio la Vergine Maria.
Ricerche storiche ed archeologiche hanno provato che la casa custodita a Loreto è proprio la Santa Casa.
La Casa era costituita da una camera in muratura composta da tre pareti in pietra poste a chiusura di una grotta scavata nella roccia. Oggi la grotta fa parte della Basilica dell’Annunciazione a Nazareth, mentre le tre pareti di pietra sono quelle che si trovano a Loreto.
IL TRASPORTO “ANGELICO”
Ci sono essenzialmente due versioni su come la Casa sia stata trasferita da Nazareth fino alla città marchigiana.
La prima, legata alla tradizione cristiana, vuole che la Casa sia stata trasportata in volo dagli angeli.
La seconda, invece, attribuisce il merito del trasporto ai crociati che, espulsi dalla Terra Santa ad opera dei mussulmani, vollero salvare dalla distruzione la Casa di Maria.
Come spesso accade, la verità si trova nel mezzo!
Varie testimonianze storiche, infatti, vanno confermando l’ipotesi che le pareti della Santa Casa sono state trasportate in Italia su una nave, per iniziativa della nobile famiglia Angeli, che all’epoca regnava sull’Epiro.
Dunque la Casa è stata veramente trasportata dagli Angeli! Non si trattava, però, degli angeli alati della tradizione cristiana, ma di una nobile famiglia di devoti che si avvalse di una nave per il trasporto.
Un documento del 1294 attesta che Niceforo Angeli, despota dell’Epiro, quando sua figlia Ithamar andò in sposa a Filippo di Taranto, figlio del re di Napoli Carlo II d’Angiò, le diede in dote vari beni tra cui “le sante pietre portate via dalla Casa della Nostra Signora la Vergine Madre di Dio”.
IL SANTUARIO
Dalla metà del 1400, per proteggere la Santa Casa e per accogliere la crescente folla di pellegrini che ogni anno visitava la reliquia, iniziarono i lavori per la costruzione del santuario.
Il Santuario di Loreto è un bellissimo esempio di basilica fortificata, caratterizzata da torri, camminamenti di ronda, corpi di guardia e veri e propri sistemi difensivi.
L’attuale Basilica venne costruita, per volontà di Papa Paolo II, a partire dal 1469.
Alla sua realizzazione contribuirono molti artisti come: Giuliano da Sangallo, che creò la cupola di ispirazione brunelleschiana; Donato Bramante, che si adoperò per varie modifiche e consolidamenti e progettò il palazzo apostolico; e Luigi Vanvitelli, che terminò la costruzione dell’elegante campanile.
Tra le opere più pregevoli spicca il rivestimento marmoreo che avvolge le pareti della Santa Casa. Voluto da Giulio II e realizzato su disegno del Bramante, è considerato uno dei più grandi capolavori scultorei dell’arte rinascimentale.
Loreto richiama migliaia di persone ogni anno, non solo pellegrini cattolici, ma anche amanti dell’arte.
Questo grandioso santuario, infatti, rappresenta uno scrigno che contiene un inestimabile tesoro, una vera e propria antologia d’arte sacra che raccoglie capolavori di architettura, scultura e pittura.
COSA VISITARE A LORETO (OLTRE IL SANTUARIO!)
Oltre ad una visita al Santuario, ecco alcuni suggerimenti su cosa da fare a Loreto.
Visitare il Museo Pontificio
Il Museo, che si trova nei piani superiori del braccio occidentale del Palazzo Apostolico, ospita opere di altissimo valore artistico, storico e culturale. Le raccolte del Museo iniziarono a formarsi alla fine del secolo XIX, in coincidenza con i lavori di ristrutturazione della Basilica, quando vennero raccolti nelle sale del lato occidentale del Palazzo Apostolico, dipinti, oggetti ed arredi provenienti dal Santuario.
Le sale del museo ospitano opere di Lorenzo Lotto, Cesare Maccari, Cristoforo Roncalli detto il Pomarancio, oltre che gli arazzi sui cartoni di Raffello Sanzio, numerose maioliche dell’antica Spezieria, corredi d’altare e opere di artisti novecenteschi.
Percorrere glia antichi camminamenti di rondadi Loreto
I camminamenti di ronda furono commissionati nel 1485 dal cardinale Girolamo Basso della Rovere per proteggere la Basilica (ed i suoi tesori!) dalle incursioni dei pirati turchi, che avevano già raso al suolo alcune cittadine della zona costiera.
I camminamenti di ronda del Santuario di Loreto sono un tipico esempio di architettura rinascimentale, in grado di coniugare le esigenze difensive alla ricercatezza delle forme.
Infine, si tratta anche di un punto di osservazione privilegiato da cui godersi uno splendido panorama che spazia dal mare al Monte Conero, fino all’Appennino umbro-marchigiano.
Le visite guidate ai camminamenti di ronda durano circa 45 minuti e sono disponibili, solo su prenotazione, nei seguenti giorni e orari:
Da Lunedì a Sabato: 10:30/12.30 – 15/16
Domenica: 10/11:30 – 15/16
La biglietteria si trova in piazza della Madonna, a Nord del Palazzo Apostolico.
Il biglietto per i camminamenti di ronda è di 6 euro.
Il biglietto complessivo Museo, mostra e camminamenti è di 10 euro.
Ammirare le opere dei “Madonnari”
I madonnari sono artisti di strada che devono il loro nome alle immagini, soprattutto sacre e principalmente Madonne, che sono soliti disegnare.
Nella piazza del Santuario, nei pressi della fontana creata da Carlo Maderno nel 1600, è sempre possibile ammirare l’opera, fatta con gesso colorato, di qualche madonnaro.
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Sono stata ad Urbino nel mio ultimo viaggio nelle Marche ed è stata una bellissima scoperta!
Camminare nel suo centro storico significa assistere ad un susseguirsi di vicoli, chiese, imponenti edifici ricoperti da mattoni rossi e punti panoramici che si aprono improvvisamente su un paesaggio che infonde quiete ed armonia.
Urbino sembra sospesa tra passato e presente.
Da una parte, infatti, è stata la città natale di Raffaello e la culla del Rinascimento italiano, ma dall’altra è anche una moderna città universitaria.
In questo articolo ti racconto cosa vedere ad Urbino in un giorno, ma partiamo dal presupposto che un giorno può bastare solo per conoscere l’essenziale!
C’è bisogno di molto più tempo per apprezzare a pieno le mille sfumature di questa splendida città!
IL PALAZZO DUCALE DI URBINO
Fonte: Pixabay
“Chi arrivi a Urbino ignaro e della sua storia e della sua importanza si trova di fronte a una sorpresa straordinaria, anzi a un miracolo. Nel giuoco delle colline che sopportano le strade d’accesso ecco che appare un palazzo fatato che il tempo non ha sfregiato né intaccato. È un salto indietro nel tempo, un tuffo nella purezza e nella libertà dello spirito.”
Carlo Bo
Il palazzo, voluto dal Duca di Urbino Federico da Montefeltro, venne costruito nel corso del XV secolo.
I tre architetti che ebbero il merito di rendere questo edificio uno dei palazzi più belli dell’epoca rinascimentale furono: il fiorentino Maso di Bartolomeo, il dalmata Luciano Laurana e il senese Francesco di Giorgio Martini.
Fu grazie a loro che il palazzo divenne una costruzione di straordinaria raffinatezza decorativa, di eccezionale bellezza, di grandissima comodità; un “palazzo in forma di città” in grado di accogliere centinaia di persone.
Nel corso del XVI secolo, con il passaggio del Ducato alla dinastia Della Rovere, il palazzo subì nuovi ampliamenti e modifiche, con l’aggiunta del secondo piano nobile, il cosiddetto “Appartamento roveresco”.
A partire dal 1631, con la devoluzione del ducato alla Santa Sede, il palazzo dovette subire un lento processo di spoliazione e degrado che terminò solo nel 1912 quando divenne la sede della Galleria Nazionale delle Marche.
LA GALLERIA NAZIONALE DELLE MARCHE
Fonte: cartella stampa galleria nazionale delle marche
Attualmente la Galleria occupa tutte le sale finora recuperate del Palazzo Ducale al primo e secondo piano, per un totale di circa 80 ambienti.
Vi sono esposti dipinti su tavola e su tela, affreschi, sculture in pietra e in terracotta, sculture lignee policrome e dorate, legni intarsiati, mobili, arazzi, disegni e incisioni: tutte opere risalenti ad un periodo compreso tra il Trecento e il Seicento.
La visita ha inizio dal Cortile d’Onore, il cuore del Palazzo, contornato sui quattro lati da un portico ad archi. Dal Cortile si accede ad una serie di ambienti suggestivi come: la Biblioteca del Duca, la Sala dei Banchetti e le due cappelline private.
Salendo il monumentale Scalone d’Onore si raggiunge il primo piano nobile, diviso in cinque appartamenti: Appartamento della Jole, dei Melaranci, degli Ospiti, del Duca, e della Duchessa; oltre a varie Sale di Rappresentanza.
Nell’appartamento del Duca, ed in particolare nel suo Studiolo, si entra completamente nel mondo rinascimentale di Federico da Montefeltro.
Per informazioni su orari e biglietti visita il sito urbinoducale.it
LA CASA NATALE DI RAFFAELLO SANZIO
Raffaello nacque ad Urbino il 28 marzo dell’anno 1483.
Nella formazione del pittore fu determinate il fatto di essere nato e di aver trascorso la giovinezza nella città marchigiana. Urbino, infatti, in quel periodo era un centro artistico di grande importanza; un faro che illuminava l’Italia e l’Europa con gli ideali del Rinascimento.
Dopo la morte di Raffaello, avvenuta a Roma nel 1520, la sua casa natale venne acquistata dall’architetto Muzzio Oddi e, nel corso dei secoli, ha conosciuto varie vicende fino a quando nel 1873 venne acquistata dall’Accademia Raffaello.
Proprio grazie all’interesse dell’Accademia, la casa si è arricchita nel tempo di numerose opere d’arte come: dipinti, sculture, arredi lignei e ceramiche.
Alcuni di questi oggetti sono strettamente connessi a Raffaello, altri documentano la ricca storia urbinate in campo artistico, civile e religioso; altri, infine, costituiscono diretta testimonianza del mito che in varie epoche ha accompagnato la figura di Raffaello.
IL DUOMO DI URBINO
Il Duomo è dedicato a Santa Maria Assunta.
Fondato nel 1021, in sostituzione di una precedente chiesa fuori le mura, fu poi ricostruito nel XV secolo su istanza di Federico da Montefeltro, secondo un progetto semplicissimo e spoglio, a tre navate su piloni bianchi. L’edificio, terminato nel 1604, andò perduto con il terremoto del 12 gennaio 1789.
Gli urbinati affidarono la ricostruzione all’architetto romano Giuseppe Valadier, che concluse l’edificio nel 1801.
Il raffinato interno è un bell’esempio di stile neoclassico: a croce latina, con tre navate bianche coperte da volta a botte, coronato, all’incrocio del transetto, da una maestosa cupola.
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Gradara è uno splendido borgo marchigiano noto soprattutto per aver fatto da cornice alla storia d’amore di Paolo e Francesca.
Grazie alla sua fortunata posizione, fin dall’antichità, fu un crocevia di genti e traffici commerciali.
Mentre, durante il medioevo, fu uno dei principali teatri degli scontri tra il Papato e le Casate marchigiane e romagnole.
Ai nostri giorni, invece, Gradara è considerato uno dei borghi più belli d’Italia.
La sua bellezza è dovuta ad un particolare mix di elementi.
Innanzitutto c’è il borgo medievale, perfettamente conservato.
Poi c’è il paesaggio, con le armoniose colline dell’entroterra marchigiano.
Infine c’è il fascino senza tempo di una delle storie d’amore più tormentate e celebri della storia.
LA ROCCA MALATESTIANA DI GRADARA
La storia di Gradara è legata a quella della sua Rocca che si erge in una posizione strategica, proprio al confine tra Marche ed Emilia Romagna.
È un luogo ricco di storia in cui tutto ricorda gli splendori delle potenti famiglie che vi abitarono: i Malatesta, gli Sforza e i Della Rovere.
La costruzione ebbe inizio nel XII secolo per volontà di Pietro e Ridolfo De Grifo che avevano usurpato la zona al comune di Pesaro. Successivamente Malatesta da Verucchio, con l’aiuto del papato, si impossessò della torre dei De Grifo e la trasformò nel mastio della attuale Rocca.
Fu proprio durante il periodo in cui governarono i Malatesta che si consumò la tragedia di Paolo e Francesca. Era il settembre 1289.
Successivamente arrivarono gli Sforza.
Nel 1494, la quattordicenne Lucrezia Borgia, seconda moglie di Giovanni Sforza, fu condotta alla Rocca dove trascorse i pochi anni del suo primo matrimonio.
Lucrezia, passata alla storia come una creatura perversa e corrotta, molto probabilmente non fu altro che una pedina delle mani del padre, Papa Alessandro VI, e del fratello, Cesare Borgia detto il Valentino. I matrimoni della giovane furono degli strumenti politici che il padre ed il fratello usarono per stringere nuove alleanze.
Dunque, quando la situazione cambiò sulla scacchiera politica italiana, il Papa sciolse il matrimonio tra Lucrezia e Giovanni Sforza ed anche la Rocca cambiò Signore, passando proprio a Cesare Borgia.
Successivamente arrivarono i Della Rovere.
Nel frattempo, infatti, era salito al soglio pontificio Giulio II (al secolo Giuliano Della Rovere) che affidò Gradara al nipote Francesco Maria II.
Dopo la morte di Livia Farnese, vedova del Della Rovere, la Rocca venne amministrata dal papato che la concesse in enfiteusi al conte Santinelli.
Da allora la Rocca cambiò molte volte proprietario fino a quando, nel 1920, fu acquistata dall’ingegnere Umberto Zanvettori per la somma di tre milioni di lire.
Il nuovo proprietario avviò un delicato progetto di restauro grazie al quale la Rocca conserva ancora oggi tutto il suo fascino.
PAOLO E FRANCESCA
La vicenda di Paolo e Francesca è molto lacunosa sotto il profilo storico.
Sappiamo che si tratta di personaggi realmente esistiti, ma non ci sono concrete informazioni biografiche. Quelle che abbondano, invece, sono le versioni letterarie.
Dante, Boccaccio, Petrarca e D’Annunzio hanno arricchito la narrazione con particolari di grande fascino, confondendo ancor di più storia e leggenda.
Era il 1275 quando Guido da Polenta, Signore di Ravenna e Cervia, decise di dare in sposa sua figlia Francesca a Giovanni Malatesta.
Giovanni, detto Giangiotto, oltre ad essere zoppo, pare che non fosse molto avvenente e, per evitare che Francesca, vedendo il futuro sposo, si opponesse al matrimonio, fu ordito un vero e proprio inganno.
Alla ragazza venne presentato Paolo, l’affascinante fratello di Giangiotto nonché suo procuratore. Francesca lo sposò senza esitazione e quando capì che Paolo, in realtà, agiva in nome e per conto del fratello, era ormai troppo tardi.
Tuttavia tra Francesca e Paolo era nato qualcosa, poiché neanche il giovane era rimasto indifferente al fascino della cognata.
I due iniziarono quindi ad incontrarsi clandestinamente. Qualcuno, forse Malatestino dell’Occhio (un altro fratello di Paolo e Giangiotto) si accorse di ciò che stava accadendo ed informò del fatto il marito tradito.
Si arrivò così, in un giorno di settembre del 1289, al tragico epilogo della vicenda.
Giangiotto scoprì i due amanti e fu preso da un accesso d’ira.
Paolo cercò di fuggire passando da una botola che si trovava vicino alla porta, ma il suo mantello restò impigliato ad un chiodo, costringendolo a tornare indietro. Mentre Giangiotto lo stava per passare a fil di spada, Francesca gli si parò dinnanzi per salvarlo ma… Giangiotto li uccise entrambi.
“Amor, ch’a nullo amato amar perdona,
mi prese del costui piacer sì forte,
che, come vedi, ancor non m’abbandona.
Amor condusse noi ad una morte.
Caina attende chi a vita ci spense”
Dante Alighieri, Inferno –V Canto
VISITARE GRADARA
Oltre a visitare la Rocca, per immergerti ancora di più nell’atmosfera medievale di Gradara, è possibile percorrere i Camminamenti di Ronda che si trovano sull’imponente cinta muraria che circonda il borgo.
Da qui si può godere dello splendido panorama offerto dalle dolci colline marchigiane e dal blu dell’Adriatico, lungo la costa romagnola.
La Rocca di Gradara è aperta tutti i giorni dalle ore 8.30 alle 19.00
E’ possibile acquistare un biglietto unico che comprende sia la Rocca che i Camminamenti di ronda.
Per maggiori informazioni sui biglietti si può visitare il sito gradara.org.
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Il Colosseo sotto la luna: un viaggio notturno tra i sotterranei e l’arena dell’anfiteatro più famoso del mondo.
Una suggestiva visita guidata dell’Anfiteatro Flavio al chiaro di luna.
I visitatori, avvolti dalla magica atmosfera notturna, potranno viaggiare in dietro nel tempo e scoprire la storia del monumento. Sia quella più nota, risalente ai fasti dell’antica Roma, ma anche quella cristiana, meno conosciuta ma ugualmente affascinante.
UN PO’ DI STORIA
“Ogni opera cede dinanzi all’Anfiteatro dei Cesari, la fama parlerà ormai d’una sola opera al posto di tutte”
Marziale, Liber de spectaculis
Originariamente era noto come Anfiteatro Flavio o semplicemente Anfiteatro.
Il nome “Colosseo” si diffuse solo nel Medioevo. Probabilmente a causa di una deformazione popolare dell’aggettivo latino “colosseum”, del resto non c’è da stupirsi che apparisse enorme, soprattutto se confrontato col le casette che c’erano a Roma nell’Alto Medioevo!
Si tratta del più grande anfiteatro romano del mondo, nonché del più imponente monumento dell’antica Roma che sia giunto fino a noi.
Nel 1980 fu inserito nella lista dei Patrimoni dell’umanità dell’UNESCO, assieme all’intero centro storico di Roma, alle zone extraterritoriali della Santa Sede in Italia ed alla Basilica di San Paolo fuori le mura.
L’anfiteatro fu edificato in epoca Flavia su un’area al limite orientale del Foro Romano.
La sua costruzione, iniziata da Vespasiano nel 70 d.C., fu conclusa da Tito, che lo inaugurò il 21 Aprile nell’80 d.C. Ulteriori modifiche vennero apportate durante l’impero di Domiziano, nel 90.
Anticamente era usato per mettere in scena varie tipologie di spettacoli come: le lotte tra gladiatori, spettacoli di caccia, battaglie navali, rievocazioni di battaglie famose e drammi basati sulla mitologia classica.
IL COLOSSEO DOPO LA FINE DELL’IMPERO ROMANO
Finiti i fasti della Roma imperiale, il Colosseo conobbe un lunghissimo periodo di abbandono.
Nel VI secolo fu usato come area di sepoltura.
Tra il VI e il VII secolo fu fondata al suo interno una cappella oggi nota come chiesa di Santa Maria della Pietà al Colosseo.
Sotto papa Leone IV fu gravemente danneggiato da un terremoto, mentre il grande terremoto del 1349 provocò il crollo del lato sud, costruito su un terreno alluvionale instabile.
A lungo fu utilizzato come fonte di materiale edilizio e nel XIII secolo fu occupato dal palazzo dei Frangipane, successivamente demolito, e poi da altre abitazioni.
Papa Benedetto XIV, nel 1744, emanò un editto con cui ordinò la fine delle spoliazioni e fece costruire le quattordici edicole della Via Crucis. Pochi anni dopo, lo stesso papa, dichiarò il Colosseo chiesa consacrata a Cristo e ai martiri cristiani.
Nel corso dell’Ottocento e del Novecento si susseguirono vari interventi di restauro.
Nel 2007 il complesso è stato inserito fra le “Sette meraviglie del mondo moderno”.
IL COLOSSEO SOTTO LA LUNA: LA VISITA
Il percorso guidato accompagna i visitatori attraverso il dedalo di gallerie e passaggi, un tempo popolati da gladiatori e belve feroci, in cui si svolgevano i preparativi degli spettacoli.
Si tratta dell’antico “backstage” del Colosseo, la “macchina da spettacolo” più famosa della storia.
In questi luoghi erano stoccati i materiali scenici e gli animali chiusi in gabbia venivano caricati sui montacarichi per raggiungere il piano dell’arena, dove avevano luogo le venationes, le simulazioni di caccia, e i munera, i giochi tra i gladiatori.
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Percorrendo una passerella di circa 170 metri si possono attraversare le viscere del monumento e, con il favore della notte, si potrà rivivere appieno l’atmosfera che avvolgeva quel luogo mitico.
IL VELO DIPINTO
Quest’anno nel percorso di visita si inserisce anche la lettura multimediale di un dipinto murario del XVII secolo che raffigura una veduta ideale (a volo d’uccello) della città di Gerusalemme.
Il dipinto è posto a 8 metri d’altezza, proprio sull’arco di fondo della Porta Trionfale: la stessa dalla quale entravano i gladiatori e le belve che si affrontavano sull’arena.
I racconti del Vecchio e Nuovo Testamento rappresentati nel dipinto sono messi in luce da una selezione di 22 scene dell’opera, in dialogo con l’incisione di Antonio Tempesta del 1601.
Si tratta di un’esperienza immersiva.
La fioca luce della sera ed il ritmo della narrazione consentono di rivivere gli eventi rappresentati nel dipinto come: le vicende della Passione e Resurrezione di Gesù o la stella cometa premonitrice della distruzione di Gerusalemme.
Il dipinto di Gerusalemme ricorda l’importanza dell’Anfiteatro Flavio anche dopo la fine dell’impero romano. In particolare da quando, nel 1750, per volontà di Papa Benedetto XIV, è diventato sede della tradizionale Via Crucis.
La visita rievoca, infatti, la tradizionale cerimonia, passando davanti a una delle edicole e alla croce, poste lungo il perimetro dell’arena, per poi concludersi con uno sguardo a 360° sulla articolata struttura dei sotterranei e sull’immensità degli spalti, capaci di accogliere più di 60.000 spettatori.
Fu costruita dall’imperatore Adriano tra il 118 ed il 138 d.c. su un’area di ben 120 ettari, oggi la zona visitabile è di circa 40!
Questa villa vastissima e straordinaria comprendeva edifici residenziali, terme, giardini, ninfei, templi e teatri. Tutto era magnificamente decorato con uno sfarzo ed una ricercatezza senza precedenti.
Il Canopo ed il Teatro marittimo sono in assoluto i luoghi che preferisco all’interno della Villa.
In entrambi è l’acqua che domina la scena e crea suggestioni uniche.
Il Canopo è una struttura che rievoca il braccio del Nilo che congiungeva l’omonima città di Canopo, appunto, con Alessandria.
Il Teatro marittimo, invece, è una delle prime strutture realizzate nel complesso della Villa e, probabilmente, fu anche residenza imperiale.
Infine una curiosità!
Hai mai fatto caso che in qualunque museo sia presente una “collezione Romana” c’è sempre un busto o una statua di un certo Antinoo? La prossima volta che capiti ai Musei Vaticani, al Prado o al Louvre, facci caso!
Antinoo era un giovane originario della Bitinia, ma soprattutto era l’amante dell’imperatore Adriano.
Morì prematuramente affogando nelle acque del Nilo in circostanze oscure.
Adriano, in preda al dolore, volle che l’immagine del suo amato fosse riprodotta ovunque.
In un certo senso volle renderlo immortale!
E, in effetti, l’imperatore riuscì nel suo intento. Ancora oggi, infatti, questo giovane turco ci guarda attraversare i corridoi dei più importanti musei del mondo!
Fu costruita per volontà del Cardinale Ippolito d’Este, figlio di Alfonso I e Lucrezia Borgia.
Papa Giulio III, per ringraziare Ippolito per il contributo alla sua elezione, lo nominò governatore a vita di Tivoli e del suo territorio.
Tuttavia, giunto a Tivoli, il Cardinale scoprì con orrore che avrebbe dovuto vivere in un vecchio convento malandato… lui che era abituato ai fasti di Roma e della sua corte a Ferrara!
Fu così che decise di trasformare il convento in una degna residenza!
L’ultimo proprietario privato della villa fu l’Arciduca Francesco Ferdinando d’Asburgo-Este.
Poi l’intero complesso passò allo stato italiano e fu oggetto di importanti restauri sia nel primo che nel secondo dopoguerra.
Ciò che rende unica Villa d’Este è la straordinaria bellezza dei suoi giardini!
Un vero tripudio di fontane (2 sono opera del Bernini: “Il Bicchierone” e la “Cascata della Fontana dell’Organo”), ruscelli e specchi d’acqua che riflettono ad arte la bellezza del paesaggio, moltiplicandola all’infinito!
Papa Gregorio XVI, nel 1832, decise di promuovere una poderosa opera di ingegneria idraulica allo scopo di contenere le acque dell’Aniene ed evitarne le esondazioni.
Le acque del fiume furono incanalate artificialmente e diedero vita alla “Cascata Grande” che, con i suoi 120 metri di salto, è la seconda in Italia dopo quella delle Marmore.
Terminata quest’opera, il Papa creò il parco che, da subito, fu meta di intellettuali ed artisti che ne raccontarono la bellezza. Del resto Villa Gregoriana, con i suoi boschi, le antiche rovine, i sentieri, la cascata e le grotte, incarnava esattamente l’estetica del sublime tanto amata dai Romantici.
La Villa, ormai di proprietà demaniale ed in stato di abbandono, venne data in concessione al FAI nel 2002 e riaperta al pubblico dal 2005.
Pienza è uno di quei luoghi che sembrano nati da un progetto più che da una lenta evoluzione della storia. Nel cuore della Val d’Orcia, tra colline morbide, filari di cipressi e panorami che hanno reso celebre la Toscana in tutto il mondo, questo piccolo borgo rappresenta uno dei più straordinari esempi di urbanistica rinascimentale.
Dichiarata Patrimonio UNESCO nel 1996, Pienza è conosciuta come la città ideale del Rinascimento. Un luogo in cui arte, architettura e paesaggio dialogano in perfetto equilibrio, regalando ai visitatori un’atmosfera raffinata e senza tempo.
Visitare Pienza significa passeggiare tra palazzi rinascimentali, affacciarsi su uno dei panorami più spettacolari della Val d’Orcia e lasciarsi conquistare da una tradizione gastronomica che ha nel celebre pecorino uno dei suoi simboli più autentici.
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LA NASCITA DI PIENZA: IL SOGNO DI PAPA PIO II
Fino alla metà del Quattrocento il borgo era conosciuto con il nome di Corsignano. La sua storia cambiò radicalmente quando il suo cittadino più illustre, Enea Silvio Piccolomini, divenuto papa con il nome di Pio II, vi fece ritorno durante un viaggio verso Mantova.
Colpito dal degrado del paese natale, il pontefice decise di trasformarlo in una città moderna, elegante e armoniosa, capace di incarnare gli ideali dell’Umanesimo rinascimentale. Affidò così il progetto all’architetto Bernardo Rossellino, allievo di Leon Battista Alberti.
In appena quattro anni nacque Pienza, un vero laboratorio di architettura rinascimentale. Sebbene la morte prematura di Pio II impedì di completare il progetto originario, il borgo conserva ancora oggi un impianto urbanistico straordinariamente coerente, considerato uno dei modelli più importanti del Rinascimento italiano.
Il cuore della città è Piazza Pio II, sulla quale si affacciano alcuni degli edifici più rappresentativi: il Duomo, Palazzo Piccolomini, Palazzo Borgia e il Palazzo Comunale.
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COSA VISITARE A PIENZA
Il Duomo di Santa Maria Assunta
La Cattedrale di Pienza, dedicata a Santa Maria Assunta, rappresenta uno dei simboli del borgo. Il suo interno custodisce preziose opere pittoriche commissionate ai migliori artisti del Quattrocento, mentre l’elegante campanile ottagonale domina il centro storico.
L’aspetto più sorprendente della visita, però, si trova sotto i piedi dei visitatori.
Fin dai primi anni successivi alla costruzione, infatti, l’edificio iniziò a manifestare importanti problemi strutturali dovuti alla particolare conformazione del terreno. Lo stesso Pio II annotò con preoccupazione che solo il tempo avrebbe rivelato se quelle crepe fossero innocue oppure il segnale di qualcosa di più grave.
Nei secoli la cattedrale è stata continuamente consolidata senza mai interrompere la propria vita religiosa. Proprio questa lunga convivenza tra fragilità e conservazione spinse il filosofo Bruno Queysanne a parlare di “instabilità durevole”.
Oggi è possibile visitare il cosiddetto Labirinto, un percorso sotterraneo che attraversa le fondamenta dell’edificio e racconta, attraverso passerelle e ambienti tecnici, la complessa storia dei restauri. Un’esperienza insolita che permette di osservare da vicino uno dei monumenti più affascinanti della Toscana da una prospettiva completamente diversa.
Palazzo Piccolomini
Accanto alla Cattedrale sorge Palazzo Piccolomini, elegante residenza voluta da Pio II come dimora della propria famiglia.
Il palazzo è uno dei capolavori dell’architettura civile rinascimentale e conserva ambienti riccamente arredati, oltre a uno splendido giardino pensile che si apre come una terrazza naturale sulla Val d’Orcia.
Dalla loggia il panorama abbraccia le colline toscane fino a Montalcino e al Monte Amiata, regalando una delle viste più celebri dell’intera regione.
Gli appassionati di cinema riconosceranno inoltre questi ambienti in alcune scene di Romeo e Giulietta di Franco Zeffirelli, girate proprio all’interno del palazzo.
La Pieve di Corsignano
Poco fuori dal centro storico, immersa nella quiete della campagna toscana, si trova uno dei luoghi più antichi e suggestivi di Pienza: la Pieve di Corsignano.
È qui che tutto ebbe inizio. Prima ancora che il borgo diventasse la città ideale del Rinascimento, questo edificio romanico rappresentava il cuore religioso dell’antico villaggio di Corsignano.
La pieve, risalente principalmente al XII secolo, si raggiunge con una piacevole passeggiata di pochi minuti lungo il fianco della collina. Lontana dal via vai del centro storico, regala un’atmosfera raccolta e autentica, perfettamente in sintonia con il paesaggio della Val d’Orcia.
L’interno, essenziale e luminoso, conserva tutto il fascino dell’architettura romanica: tre navate scandite da robusti pilastri quadrangolari, capitelli scolpiti e un’eleganza fatta di proporzioni e semplicità.
Qui vennero battezzati due pontefici destinati a lasciare un segno nella storia della Chiesa: Pio II e il nipote Pio III. Un dettaglio che rende ancora più significativo questo luogo, spesso trascurato dai visitatori più frettolosi.
IL PECORINO DI PIENZA
Se l’arte racconta l’anima di Pienza, il pecorino ne rappresenta senza dubbio il sapore.
Da secoli questo formaggio è il simbolo gastronomico del borgo e ancora oggi viene prodotto seguendo tecniche tradizionali. Il suo gusto inconfondibile nasce dal particolare territorio della Val d’Orcia, dove le pecore pascolano tra erbe aromatiche spontanee che conferiscono al latte profumi delicati e sfumature che ricordano la castagna, il fieno e le erbe mediterranee.
Non sorprende che già nel Quattrocento il pecorino di Pienza fosse particolarmente apprezzato. La tradizione racconta che persino Lorenzo il Magnifico fosse solito gustarlo.
Passeggiando tra i vicoli del centro storico è quasi impossibile resistere alle numerose botteghe specializzate, dove si possono degustare pecorini freschi, semistagionati e stagionati, spesso aromatizzati con tartufo, pepe, zafferano, erbe aromatiche o affinati nelle vinacce. Accanto ai formaggi trovano spazio anche miele locale, pici artigianali, salumi, vini della Val d’Orcia e numerose altre eccellenze gastronomiche del territorio.
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La Fiera del Cacio
Per vivere Pienza nel suo momento più autentico vale la pena programmare la visita durante il primo fine settimana di settembre, quando il borgo ospita la tradizionale Fiera del Cacio.
Per alcuni giorni le piazze e le vie del centro storico si animano con degustazioni, mercatini, spettacoli folkloristici e iniziative dedicate ai prodotti tipici della Val d’Orcia, trasformando il paese in una grande festa all’aria aperta.
L’evento più atteso è senza dubbio il Palio del Cacio al Fuso, una competizione dalle origini antiche in cui i rappresentanti delle contrade devono far rotolare grandi forme di pecorino cercando di centrare un piccolo bersaglio in legno posto al centro di Piazza Pio II.
Può sembrare un gioco semplice, ma richiede precisione, tecnica e una buona dose di esperienza. Ancora oggi il Palio rappresenta uno dei momenti più sentiti dalla comunità locale. Inoltre permette ai visitatori di scoprire il volto più genuino e popolare di Pienza, dove storia, tradizioni e spirito di appartenenza continuano a intrecciarsi come accade da secoli.
CONSIGLI PRATICI PER VISITARE PIENZA
Per visitare il centro storico di Pienza è sufficiente mezza giornata, ma il consiglio è di dedicarle almeno un’intera giornata se desideri esplorare con calma i palazzi storici, entrare nella Cattedrale, visitare Palazzo Piccolomini e concederti una sosta in una delle caratteristiche botteghe gastronomiche.
La primavera e l’autunno sono senza dubbio i periodi migliori per scoprire il borgo. Le temperature sono piacevoli e i paesaggi della Val d’Orcia offrono alcuni dei colori più spettacolari dell’anno. L’estate, invece, è perfetta per chi desidera fotografare le celebri colline dorate della Toscana, mentre settembre permette di assistere alla tradizionale Fiera del Cacio.
Infine, grazie alla sua posizione strategica, Pienza si presta perfettamente a essere inserita in un itinerario tra alcuni dei borghi più belli della Toscana. Montepulciano, Montalcino, Bagno Vignoni e la Cappella della Madonna di Vitaleta distano infatti pochi chilometri e consentono di organizzare un indimenticabile viaggio attraverso il cuore della Val d’Orcia.
Civita di Bagnoregio conquista ancora prima di essere raggiunta. La sua sagoma, arroccata su una rupe di tufo e collegata al mondo da un lungo ponte pedonale, emerge tra i calanchi della Tuscia come un’apparizione, regalando uno dei panorami più iconici del Lazio.
Non sorprende che Civita di Bagnoregio venga chiamata “la città che muore”. L’erosione continua del terreno su cui sorge la rende infatti uno dei borghi più fragili d’Italia, destinato da secoli a combattere contro la forza della natura. Eppure è proprio questa sua precarietà a renderla così affascinante. Visitarla significa scoprire un luogo che custodisce oltre duemila anni di storia, vicoli silenziosi, scorci romantici e un’atmosfera che difficilmente si dimentica.
In questa guida scoprirai cosa vedere a Civita di Bagnoregio, ripercorrendone la storia e i luoghi più significativi, con alcuni consigli pratici per organizzare al meglio la visita.
LA STORIA DI CIVITA DI BAGNOREGIO
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Le origini di Civita di Bagnoregio risalgono a circa 2.500 anni fa, quando gli Etruschi fondarono qui la loro acropoli, destinata a diventare il centro politico e religioso dell’insediamento.
La scelta del luogo non fu casuale. L’altopiano di tufo, delimitato dai torrenti Rio Chiaro e Rio Torbido e circondato dalla spettacolare Valle dei Calanchi, offriva una posizione naturalmente difensiva e, allo stesso tempo, permetteva di controllare importanti vie di comunicazione dirette verso la valle del Tevere.
Gli Etruschi conoscevano già la fragilità geologica dell’area. Realizzarono, quindi, opere di canalizzazione e sistemi di drenaggio per limitare l’erosione del terreno e i danni provocati dai frequenti eventi sismici. I Romani proseguirono questi interventi, ma con il declino dell’Impero molte infrastrutture vennero progressivamente abbandonate.
Da allora la natura ha lentamente ripreso il sopravvento.
Il colle di tufo continua ancora oggi a essere modellato dall’azione del vento, della pioggia e dei torrenti che scorrono ai suoi piedi. Frane e cedimenti hanno progressivamente isolato il borgo dal territorio circostante.
Fu lo scrittore Bonaventura Tecchi a definirla “la città che muore”, un’espressione che ancora oggi racconta con efficacia la sua straordinaria fragilità e, allo stesso tempo, il fascino senza tempo di uno dei borghi più suggestivi d’Italia.
COSA VEDERE
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La visita di Civita di Bagnoregio inizia ancora prima di varcare le sue antiche mura. Per raggiungere il borgo è infatti necessario attraversare un ponte pedonale lungo circa 300 metri, sospeso sulla Valle dei Calanchi. È un percorso che fa già parte dell’esperienza: ad ogni passo il panorama cambia, regalando scorci sempre diversi sulla rupe di tufo e sul paesaggio circostante.
Macchina fotografica (o smartphone) alla mano: è uno dei punti panoramici più spettacolari dell’intero Lazio.
Superato il ponte si raggiunge Porta Santa Maria, l’unico accesso al borgo. L’antica porta medievale è decorata con due leoni che stringono tra gli artigli delle teste umane, simbolo della vittoria degli abitanti di Bagnoregio sui signori di Monaldeschi.
Da qui inizia un piacevole itinerario tra vicoli in pietra, archi, piazzette fiorite e case ricoperte di edera, dove il tempo sembra essersi fermato.
Il cuore del borgo è Piazza San Donato, sulla quale si affaccia l’omonima chiesa romanica, costruita sulle fondamenta di un antico tempio etrusco. Al suo interno sono custoditi un prezioso Crocifisso ligneo attribuito alla scuola di Donatello e un affresco riconducibile alla scuola del Perugino, testimonianze del ricco patrimonio artistico conservato da questo piccolo centro.
Passeggiando senza fretta tra le stradine di Civita si incontrano botteghe artigiane, cortili nascosti e balconi fioriti che contribuiscono a creare quell’atmosfera sospesa che ha reso il borgo famoso in tutto il mondo. Il consiglio è quello di lasciarsi guidare dalla curiosità: spesso sono proprio gli scorci meno conosciuti a regalare le immagini più suggestive.
SAN BONAVENTURA DA BAGNOREGIO
Merita una visita anche la Grotta di San Bonaventura. Si tratta di un’antica tomba etrusca legata alla figura di San Bonaventura da Bagnoregio (1217-1274), uno dei maggiori filosofi e teologi francescani del Medioevo.
Secondo la tradizione, quando era ancora bambino si ammalò gravemente e i genitori chiesero l’intercessione di San Francesco d’Assisi. Dopo la guarigione il santo avrebbe pronunciato le parole latine “O bona ventura!”, cioè “che buona sorte!”, espressione dalla quale derivò il nome con cui il piccolo Giovanni Fidanza sarebbe passato alla storia.
Oggi la grotta rappresenta uno dei luoghi più significativi della memoria spirituale di Civita di Bagnoregio. Testimonianza del profondo legame tra il borgo e la figura del celebre santo francescano.
INFORMAZIONI UTILI PER VISITARE CIVITA DI BAGNOREGIO
L’accesso a Civita di Bagnoregio è regolato da un biglietto d’ingresso, il cui ricavato contribuisce alla tutela e alla conservazione di uno dei borghi più fragili d’Italia.
Le biglietterie sono due: la prima si trova in Piazzale Battaglini, dove sono presenti anche i principali parcheggi. Da qui è possibile raggiungere il borgo con una passeggiata di circa 15 minuti oppure utilizzare la navetta che conduce fino al Belvedere. La seconda biglietteria è invece situata direttamente all’inizio del ponte pedonale.
All’interno del centro storico si trovano ristoranti, caffè, botteghe artigiane e piccoli bed & breakfast. L’ideale per chi desidera fermarsi qualche ora in più o trascorrere una notte in un luogo davvero unico.
Se puoi scegliere, visita Civita di Bagnoregio nelle prime ore del mattino oppure nel tardo pomeriggio. La luce è più morbida, i gruppi organizzati sono meno numerosi e il borgo ritrova quell’atmosfera silenziosa e quasi irreale che lo ha reso celebre. Nelle giornate autunnali, quando la nebbia avvolge la Valle dei Calanchi, la vista è semplicemente indimenticabile: Civita sembra davvero sospesa tra cielo e terra.
Piccoli consigli pratici
Tempo di visita: 2-3 ore sono sufficienti per esplorare il borgo con calma.
Periodo migliore: primavera e autunno, quando le temperature sono piacevoli e il paesaggio offre i colori più suggestivi.
Scarpe comode: il percorso è interamente pedonale e presenta salite e pavimentazioni in pietra.
Non fermarti solo al centro storico: prima o dopo la visita concediti qualche minuto ai belvedere di Bagnoregio, da cui si gode la vista più iconica sulla “città che muore”.
La Riviera di Ulisse è uno dei tratti costieri più affascinanti del Lazio meridionale: circa 50 chilometri di litorale dove il mare cristallino del Tirreno incontra antichi borghi, testimonianze archeologiche e paesaggi che sembrano usciti da una leggenda.
Il suo nome richiama il celebre eroe dell’Odissea che, secondo la tradizione, approdò proprio su queste coste durante il lungo viaggio verso Itaca. Qui Ulisse avrebbe vissuto alcune delle sue avventure più conosciute, dall’incontro con i terribili Lestrigoni, giganti antropofagi, a quello con la maga Circe, la misteriosa incantatrice che secondo il mito abitava sul promontorio oggi chiamato Monte Circeo.
Ma la Riviera di Ulisse non è soltanto un luogo legato alla leggenda: nei secoli il suo fascino ha conquistato anche importanti protagonisti della storia. Cicerone scelse Formia come luogo di villeggiatura e vi fece costruire una splendida villa; l’imperatore Tiberio preferì la più appartata Sperlonga, dove realizzò una sontuosa residenza affacciata sul mare; Domiziano, invece, amava le tranquille acque del lago di Paola a Sabaudia.
Oggi questo angolo del Lazio conserva ancora un’atmosfera particolare, sospesa tra passato e presente. Promontori ricoperti dalla macchia mediterranea, spiagge incastonate tra le rocce, antiche ville romane e piccoli borghi ricchi di storia rendono la Riviera di Ulisse una destinazione ideale per chi desidera un viaggio tra natura, cultura e leggenda.
Scopriamo insieme cosa vedere nella Riviera di Ulisse, da San Felice Circeo fino a Formia, attraversando alcuni dei luoghi più suggestivi della costa laziale.
PERCHE’ SI CHIAMA RIVIERA DI ULISSE?
Il nome Riviera di Ulisse nasce dal forte legame di questo territorio con il mito dell’eroe greco protagonista dell’Odissea. Secondo la tradizione, proprio lungo queste coste si sarebbero svolte alcune delle avventure più celebri del lungo viaggio di Ulisse verso Itaca.
Una delle figure più importanti del racconto è sicuramente Circe, la maga che viveva su un’isola identificata dalla tradizione con il promontorio del Monte Circeo. Qui Ulisse sarebbe approdato dopo essere sfuggito ai pericoli del mare, incontrando la potente incantatrice che trasformò i suoi compagni in animali e che, successivamente, lo aiutò nel suo viaggio.
Anche la vicenda dei Lestrigoni, i giganti antropofagi che distrussero quasi completamente la flotta di Ulisse, viene spesso collegata al territorio della Riviera di Ulisse. Gli studiosi hanno avanzato diverse ipotesi sull’identificazione dei luoghi descritti da Omero, ma proprio questa incertezza contribuisce ad alimentare il fascino della zona.
Tra storia e leggenda, la Riviera di Ulisse conserva quindi un’atmosfera particolare: visitarla significa attraversare un paesaggio in cui i racconti mitologici sembrano ancora dialogare con le testimonianze lasciate dalle civiltà che lo hanno abitato nei secoli.
SAN FELICE CIRCEO: SULLE TRACCE DELLA MAGA CIRCE
San Felice Circeo rappresenta il punto più settentrionale della Riviera di Ulisse e, per chi arriva da nord, è la prima tappa ideale di un viaggio lungo questa costa ricca di storia e suggestioni.
Il suo legame con il mito è evidente già dal nome: secondo la tradizione, proprio su questo promontorio avrebbe vissuto la maga Circe, colei che nell’Odissea trasformò i compagni di Ulisse in maiali prima di innamorarsi dell’eroe greco.
Il centro storico di San Felice Circeo sorge su una collina e conserva ancora oggi il fascino di un antico borgo medievale, con vicoli, piazzette e scorci panoramici sul Tirreno. A dominare l’abitato troviamo la Torre dei Templari, costruita nel XIII secolo come struttura difensiva e oggi simbolo della città.
A pochi chilometri dal centro si trova invece il Faro di Capo Circeo, costruito nel 1866. La sua caratteristica decorazione a piccoli quadratini di maiolica bianca lo rende facilmente riconoscibile e crea un suggestivo contrasto con i colori della macchia mediterranea che lo circonda.
Il vero protagonista del territorio è però il Monte Circeo, un promontorio ricco di sentieri naturalistici che regalano viste spettacolari sulla costa. Gli amanti del trekking possono percorrere diversi itinerari immersi nella natura, mentre dal mare è possibile scoprire alcune delle grotte del promontorio attraverso escursioni in barca.
TERRACINA: UN VIAGGIO TRA STORIA E MARE
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Proseguendo verso sud si incontra Terracina, una delle località più conosciute della Riviera di Ulisse. Affacciata sul mare e dominata dal Monte Sant’Angelo, questa città unisce il fascino di una località balneare alla ricchezza di un importante passato storico.
Il simbolo indiscusso di Terracina è il Tempio di Giove Anxur, uno straordinario complesso religioso di epoca romana risalente al I secolo a.C. La sua posizione panoramica lo rende uno dei luoghi più suggestivi della costa: da qui lo sguardo si perde sul Golfo di Gaeta e sulle acque del Tirreno.
Alle pendici del monte si trova invece il Pisco Montano, una spettacolare rupe rocciosa tagliata in epoca romana per permettere il passaggio della Via Appia durante i lavori voluti dall’imperatore Traiano. Accanto alla rupe sorge la settecentesca Porta Napoli, che per lungo tempo segnò il confine tra lo Stato Pontificio e il Regno di Napoli.
Merita una visita anche il centro storico, dove si trova il Duomo di Terracina, o Concattedrale di San Cesareo. L’edificio, costruito tra il V e il VI secolo, conserva ancora oggi elementi architettonici legati all’antico foro romano sul quale venne edificato.
Terracina è quindi una tappa perfetta per chi desidera alternare mare e cultura: una città in cui passeggiare tra testimonianze archeologiche, vicoli storici e panorami che raccontano secoli di storia.
LA RIVIERA DI ULISSE: SPERLONGA
Proseguendo lungo la costa verso sud si incontra Sperlonga, uno dei luoghi più suggestivi della Riviera di Ulisse. Inserita nel circuito dei Borghi più belli d’Italia e da anni premiata con la Bandiera Blu per la qualità delle sue acque, questa piccola località riesce a conquistare in ogni stagione, non soltanto durante i mesi estivi.
Il suo fascino nasce dal perfetto equilibrio tra natura, storia e architettura. Il centro storico, arroccato su uno sperone roccioso, sembra quasi affacciarsi sul mare: un intreccio di vicoli stretti, scalinate, archi e case dalle facciate bianche che ricordano le atmosfere delle isole greche.
Proprio questo aspetto ha contribuito a rendere Sperlonga una delle località più amate della costa laziale, un luogo dove passeggiare senza fretta, fermandosi nei piccoli slarghi panoramici per ammirare il blu del Tirreno.
Il legame della città con la storia antica è testimoniato soprattutto dalla Villa di Tiberio, una splendida residenza imperiale costruita direttamente sul mare. L’imperatore scelse questo angolo appartato della costa per realizzare una villa sontuosa, arricchita da una grande grotta naturale trasformata in un ambiente scenografico decorato con gruppi scultorei dedicati alle avventure di Ulisse.
Oggi la villa e la grotta fanno parte del percorso di visita del Museo Archeologico Nazionale di Sperlonga, dove sono conservati importanti reperti legati proprio al mito dell’eroe greco.
Prima di lasciare Sperlonga vale la pena raggiungere uno dei suoi simboli più conosciuti: la Torre Truglia. Costruita nel 1532 sui resti di una precedente struttura difensiva di epoca romana, domina il promontorio su cui sorge il borgo e regala una delle viste più belle sulla costa.
GAETA: STORIA, SPIRITUALITA’ E PANORAMI SUL MARE
Tra i luoghi più affascinanti della Riviera di Ulisse troviamo sicuramente Gaeta, una città dal carattere unico, sospesa tra mare, storia e spiritualità.
La sua posizione è straordinaria: sorge su una penisola che si protende nel Golfo omonimo ed è circondata dal mare su tre lati. Questa particolare conformazione ha reso Gaeta per secoli un importante centro strategico e militare, ma anche un luogo di grande fascino paesaggistico.
Conosciuta come la “città delle cento chiese”, Gaeta conserva un patrimonio religioso sorprendente. Tra gli edifici più importanti troviamo il Santuario della Santissima Annunziata, situato nel cuore del centro storico, e il Tempio di San Francesco, che domina la città dall’alto offrendo una vista spettacolare sul golfo.
Ma il luogo più celebre è sicuramente il Santuario della Montagna Spaccata, uno degli angoli più suggestivi della Riviera di Ulisse. Secondo la tradizione cristiana, al momento della morte di Gesù sulla croce la montagna si sarebbe aperta in tre profonde fenditure. All’interno della spaccatura principale una lapide ricorda il passo del Vangelo secondo Matteo: “Gesù rese lo spirito, la terra tremò e le rocce si spaccarono”.
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Una scalinata conduce poi alla Grotta del Turco, una spettacolare cavità naturale scavata nella roccia e raggiungibile attraverso una delle fenditure della montagna. Il contrasto tra la pietra, la luce del sole e il mare sottostante crea un ambiente di grande suggestione.
LA RIVIERA DI ULISSE: FORMIA
Ultima tappa di questo viaggio lungo la Riviera di Ulisse è Formia, situata in una splendida baia del Golfo di Gaeta e punto più meridionale dell’itinerario.
Come molte località della costa laziale, anche Formia conserva un importante legame con l’epoca romana. La città era conosciuta con il nome di Formiae e rappresentava un luogo di villeggiatura molto apprezzato dalle famiglie aristocratiche romane. Tra i suoi abitanti più illustri ci fu anche Cicerone, che proprio qui possedeva una villa e dove trovò la morte nel 43 a.C.
Una delle testimonianze più celebri legate al grande oratore romano è la cosiddetta Tomba di Cicerone, un imponente mausoleo di epoca augustea tradizionalmente attribuito alla sua sepoltura. La struttura, alta circa 24 metri, rappresenta uno degli esempi più interessanti dell’architettura funeraria romana conservati nella zona.
Un altro luogo imperdibile è il Cisternone Romano, una straordinaria opera di ingegneria idraulica sotterranea risalente all’età romana. Situata sotto il centro storico, questa enorme cisterna era destinata alla raccolta e alla distribuzione dell’acqua per l’antica Formiae. Con i suoi ambienti scanditi da file di pilastri e volte, ancora oggi permette di comprendere il livello raggiunto dalla tecnica costruttiva romana.
Formia rappresenta quindi il perfetto punto conclusivo di un itinerario che attraversa secoli di storia: dal mito di Ulisse alle ville degli imperatori, dalle testimonianze romane ai borghi affacciati sul mare.
COSA MANGIARE
Un viaggio sulla Riviera di Ulisse non può dirsi completo senza dedicare tempo alla scoperta della sua cucina, profondamente legata al mare e alle tradizioni delle comunità che da secoli abitano questo tratto di costa laziale.
La gastronomia locale nasce dall’incontro tra la cultura marinara e quella contadina dell’entroterra: ingredienti semplici, ricette tramandate nel tempo e sapori autentici raccontano la storia di un territorio sospeso tra il Tirreno e le colline circostanti.
Il simbolo gastronomico di Gaeta è senza dubbio la tiella, una particolare torta salata composta da due sottili strati di pasta che racchiudono diversi tipi di ripieno. La versione più conosciuta è quella con il polpo, ma esistono anche varianti con scarola, cipolle, alici o altre verdure. Nata come piatto dei pescatori, facile da trasportare e conservare, oggi è una delle specialità più amate della cucina locale.
Da assaggiare sono anche le olive di Gaeta, piccole, dal colore violaceo e dal sapore intenso. Coltivate principalmente sulle colline dell’area, vengono utilizzate in numerose ricette tradizionali, dalla pizza di scarola ai primi piatti di pesce.
Lungo tutta la Riviera di Ulisse il mare resta naturalmente protagonista: pesce azzurro, alici, calamari e polpo vengono spesso proposti secondo ricette semplici che valorizzano la freschezza delle materie prime. Nei borghi costieri non è difficile trovare ristoranti e trattorie dove gustare piatti della tradizione con vista sul Tirreno.
Anche i prodotti dell’entroterra meritano attenzione, come i formaggi locali, gli ortaggi della pianura pontina e i vini del territorio, tra cui quelli della Denominazione Circeo, che accompagnano piacevolmente i piatti della cucina locale.
Tra mito, storia e paesaggi spettacolari, la Riviera di Ulisse conquista quindi anche attraverso i suoi sapori: un patrimonio gastronomico che racconta, proprio come i suoi monumenti, l’identità profonda di questa terra.
INFORMAZIONI UTILI PER VISITARE LA RIVIERA DI ULISSE
La Riviera di Ulisse è una destinazione perfetta per chi desidera unire mare, cultura e natura. Il modo migliore per scoprirla è sicuramente organizzare un itinerario in auto, così da potersi spostare facilmente tra borghi, siti archeologici e punti panoramici.
Il percorso completo, da San Felice Circeo a Formia, richiede almeno 3 o 4 giorni per essere apprezzato con calma. Se invece si ha a disposizione soltanto un weekend, è possibile concentrarsi su alcune delle località più rappresentative, come Sperlonga, Gaeta e il promontorio del Circeo.
Il periodo ideale per visitare la Riviera di Ulisse è la primavera, quando le temperature sono piacevoli e la natura è nel pieno della sua bellezza, oppure l’inizio dell’autunno, quando il mare conserva ancora temperature gradevoli e i borghi sono meno affollati rispetto ai mesi estivi.
L’estate resta naturalmente il momento perfetto per chi desidera abbinare la visita culturale a qualche giornata di mare: la costa offre numerose spiagge, calette e panorami spettacolari, anche se alcune località possono essere molto frequentate nei mesi di luglio e agosto.
Per quanto riguarda gli spostamenti, l’auto è il mezzo più comodo per raggiungere anche i luoghi meno accessibili e i punti panoramici. Le principali località della Riviera sono comunque collegate anche dai mezzi pubblici, con collegamenti ferroviari e autobus verso i centri più importanti.
Un consiglio: non limitarti alle spiagge. La vera bellezza della Riviera di Ulisse emerge proprio dall’unione tra il paesaggio marino e il patrimonio storico, archeologico e gastronomico che caratterizza ogni tappa dell’itinerario.